“Succube dei social”. E fanno causa a Zuckerberg

Quando era minorenne avrebbe trascorso talmente tante ore, giorni, mesi e anni su Instagram, al punto da diventarne dipendente. Usando lo smartphone, il tablet o il Pc. Insomma, un qualsiasi mezzo pur di stare collegata più possibile a quel social network pieno di foto. E secondo i genitori ne era diventata talmente succube al punto da sviluppare problemi di salute mentale e alimentare. Oggi che la figlia è maggiorenne, mamma e papà hanno deciso di chiedere conto di quanto capitato alla figlia, a Meta, il colosso di Mark Zuckerberg. E adesso il gruppo cui fanno capo i social network Facebook e Instagram, è finito alla sbarra.

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“I social come la droga. Un rischio per i ragazzi”

“Per la prima volta nella storia dell’umanità – ha spiegato Cangini – le nuove generazioni mostrano un quoziente di intelligenza inferiore a quello delle generazioni che le hanno precedute. Calano le facoltà mentali dei più giovani, aumenta il loro disagio psicologico. Ansia, stress, depressione, disturbi alimentari. I dati fanno paura e sono in crescita costante. E’ l’effetto di una vita trascorsa usando social, video, chat e videogiochi. Un uso che, stimolando il cervello a rilasciare il neurotrasmettitore della sensazione del piacere, non può che degenerare in abuso. Il web come la cocaina appunto”.

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“Ragazzi, attenti: Internet è come la droga”

I giovani delle nuove generazioni sono carenti in quanto a concentrazione, memoria e spirito critico, mentre parallelamente aumentano i segni di disagio giovanile, quali depressione e disturbi alimentari. Gli esperti sono concordi nel mettere in relazione questi segni con l’uso di social e videogiochi: un uso che, quasi sempre, finisce per degenerare in abuso.

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Demenza e dipendenza digitale? No grazie

Gli amanti dei videogiochi, del web, dei social potranno misurarsi con questo libro per riflettere sulla costruzione di un mondo equilibrato, proiettato verso il futuro ma con un libero modello di pensiero certo e genuino, per far sì che il progresso non sia limitante o accomodante ma vincente.

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Allarme della polizia postale per il pupazzo Huggy Wuggy: “Genera ansie e paure nei bambini”

Secondo quanto emerso da uno studio condotto a scopo preventivo dagli psicologi dell’Unità analisi del crimine informatico della Postale, Huggy Wuggy potrebbe generare nei bambini ansie e paure. Nel videogioco horror che lo vede protagonista, Poppy Playtime, vietato ai minori di 13 anni, il pupazzo dal folto pelo blu e dai lunghi denti affilati nascosti dietro un sorriso apparentemente dolce, insegue i protagonisti del gioco all’interno di una casa abbandonata.

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La droga del web: generazione da salvare

Si presentano negli adolescenti difficoltà di origine psicologico come bulimia, anoressia, depressione, stress, isolamento sociale, difficoltà nel processo di apprendimento, perdita della memoria e delle capacità di concentrazione. Si pensi, ad esempio, che gli adolescenti non riescono a seguire una partita di calcio, cioè qualche che piace, dall’inizio alla fine, giudicando insopportabili i tempi lenti dello sport e guardano solo le scene clou racchiuse in pochi minuti.

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Crescere è difficile, salviamo i giovani dal web

“C’è chi prova a limitare le ore di permanenza sul web – aggiunge – bloccando l’uso di internet soprattutto di notte per evitare che i ragazzi perdano sonno e riportino danni neurologici seri. Guardiamo a quei paesi per capire da che parte stiamo andando anche noi, abbiamo già in Italia qualcosa come 100 mila ragazzi in hikimomori, isolamento assoluto e depressione. Dobbiamo fare qualcosa e io mi sento la responsabilità di questo, come padre, come parlamentare”.

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Chi usa meno il cellulare è meno stressato

Usare lo smartphone, o non usare lo smartphone? Questo è il dilemma shakesperiano, aggiornato al millennio in cui stiamo vivendo. Non possiamo farne a meno, perché ci lavoriamo, googliamo, scrolliamo i social, programmiamo viaggi, vediamo serie tv, facciamo shopping. Lo smartphone è un surrogato della nostra esistenza, tanto che sembra impossibile rinunciarvi, ma siamo certi che non sia possibile ridurne l’utilizzo?

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